Il bello del giornalismo spiegato ai bambini »
Ho scritto questo testo per i bimbi delle scuole elementari di Santeramo (Bari), su richiesta dell’amica e collega Anna Maria Colonna (qui si Fb: http://on.fb.me/HjnlCK ) che sta realizzando il progetto “Scrivo, ri-scrivo, pubblico”, dedicato al giornalismo e al recupero della lingua italiana.
di Marco Brando
Ciao bambini. Allora… mi chiamo Marco Brando e ho 54 anni. Sono nato a Genova e mi occupo di giornalismo a Milano, anche se ho lavorato per 7 anni pure in Puglia. Tra pochi giorni, il 31 gennaio, festeggerò i miei primi trent’anni trascorsi facendo il giornalista. A voi sembrerà un’eternità. Vero? Tranquilli, succedeva anche a me, quando avevo la vostra età. E mi succede ancora, pensate un po’…, quando sento i racconti delle persone molto più anziane. D’altra parte, dal vostro punto di vista, anche un ragazzo di 20 anni è…. vecchio. A me invece pare poco più grande di voi. Perché abbiamo sensazioni diverse per quel che riguarda il tempo che passa e l’età? Perché quello che vediamo e che ci succede attorno può essere differente, se si guarda con occhi e esperienze non simili.
Per esempio, alcuni giorni fa ho raccontato la mia vita da giornalista agli studenti ventenni del corso di Laurea in Comunicazione, Innovazione, Multimedialità (CIM) dell’Università di Pavia, dove ho studiato anch’io molti anni fa: stessi cortili, stessa aria, quella che respiravo quando ero un ragazzotto magro magro con tanti capelli riccioli. Ho raccontato dei miei primi articoli realizzati con la macchina per scrivere (che per voi sarà un aggeggio antico come certi castelli). Poi li dettavo a donne e uomini che per lavoro facevano i… dimafonisti: vuol dire che io li chiamavo per telefono (non c’erano ancora i telefonini, esistevano solo grossi telefoni fissi con una rotella, grazie alla quale si componevano i numeri) e loro registravano quello che dettavo; poi riscrivevano tutto e davano il testo alla redazione, perché lo leggesse e lo mettesse sul giornale. Queste cose succedevano tra il 1982 e 1985. Inoltre ho raccontato a quei ragazzi dell’università, e racconto anche a voi, del primo fax che ho usato: per voi è già roba vecchia ma allora era uno dei primi, una vera novità, ed era grande come una lavastoviglie. In seguito, dopo il 1985, mi fu affidato il primo computer portatile, dotato di modem e di ventose per la cornetta del telefono: pigolava come un pulcino, mentre trasmetteva i miei articoli al computerone enorme che stava nelle cantine del mio giornale. Successivamente arrivarono i primi personal computer e i primi telefoni cellulari, che ho cominciato a usare nel 1992: il mio telefonino in realtà a quei tempi era un telefonone grosso come un mattone e pesava quasi altrettanto. Infine è arrivato Internet: un’infinita piazza virtuale – ah, già… virtuale significa che è come se ci fosse ma non si può toccare o calpestare – dove infinite voci dicono tutto e il contrario di tutto. Ecco, i giornalisti da sempre vivono in una grande piazza: fino ad alcuni anni fa era solo di pietre e asfalto, oggi è anche, come dicevamo, virtuale, grazie al Web.
Cosa significa fare oggi – nel XXI secolo, con le notizie che in pochi secondi arrivano da tutto il mondo – questo lavoro, quello del giornalista? Tanto più che le piazze e il modo di comunicare sono cambiati molto: in meno di 200 anni – da quando esistono i giornalisti veri e propri – si è passati dai cavalli alle macchine a vapore, al telegrafo, all’elettricità, alla stampa moderna; poi sono arrivate le auto, poi gli aerei, i voli nello spazio, la radio e dopo la televisione; infine, tutte le tecnologie più moderne, fino a quelle così moderne che voi le conoscete meglio di me. Ecco, voi ragazzi più piccoli, come quelli più grandi, dovete sapere che scrivere una notizia giornalistica – cioè, descrivere ad altri un fatto che è successo – non equivale a raccontare a un amico qualcosa che avete visto, come già vi sarà capitato. Quello semmai è solo il primo stimolo, comune a tutta la gente. Però voi sapete che qualsiasi fatto, anche un piccolo incidente stradale, viene raccontato in modo diverso da ciascuno di quelli che vi hanno assistito. Un giornalista, sia quando succedono fatti piccoli che quando succedono cose che interessano tutto il mondo, deve sempre essere capace di ascoltare tutte le voci e tutte le versioni su quello che è successo. Un bravo giornalista – in qualsiasi piazza si trovi – deve essere capace di confrontare e decifrare, di scovare i particolari anche più piccoli, quelli che magari i passanti non notano e invece sono importanti per capire. Deve saper guardare oltre. E poi deve saper raccontare in modo semplice, magari con poco tempo a disposizione, fatti e fattacci a prima vista complicati, senza farsi influenzare da coloro che vorrebbero imporre il loro punto di vista. E lo fa scrivendo sulla carta o sul Web o raccontando in tv o alla radio. Sempre, comunque, avvicinandosi il più possibile alla verità, che è difficile da raggiungere al 100 per cento. Ecco, il bravo giornalista deve saper capire le differenze. E deve riuscirci anche quando va al cinema o legge un libro o guarda la tv o assiste a una discussione tra passeggeri su un treno o osserva la gente che cammina in un piccolo paese o in una grande città. Insomma, fare i giornalisti significa non stancarsi mai di essere curiosi e attenti; e vuol dire considerare questa curiosità e questa attenzione un divertimento più che un lavoro.
Ho raccontato queste cose anche quegli studenti universitari, molto più grandi di voi ma neanche tanto: dipende, appunto, dai punti di vista. Quegli studenti – nati tra il 1990 e il 1992 – ascoltavano. Mi sentivo guardato come io guardavo, quando avevo vent’anni, gli adulti o gli anziani che allora mi raccontavano le loro storie. Storie per me lontane come gli antichi romani, ma per loro recenti, come se fossero successe appena ieri o l’altro ieri: le rivolte dei giovani nel Sessantotto, la Resistenza, la guerra, il fascismo, un modo senza tv e senza Internet, con radio gracchianti fatte di legno e pochi telefoni. Hanno sorriso, quei ventenni: quando ho detto che il mondo cambia in modo sempre più rapido rispetto al passato anche recente; e quando ho aggiunto che loro in futuro diventeranno “antiquati” (cioè poco adatti ai cambiamenti che subiranno la società e la tecnologia) molto più velocemente di quanto possa esserlo diventato io, che ho più di mezzo secolo di vita alle spalle. Anche voi dovrete rinnovarvi e cambiare molto più in fretta di quanto hanno fatto i vostri genitori e i vostri nonni. Ma anche per voi ci sono e ci saranno – se vorrete provare a fare i giornalisti – tante notizie, leggere e a volte insostenibili, da raccontare. Come e dove non lo so. Ma ci saranno. Buona fortuna, ragazzi
…
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90 ANNI FA

Ciao papà.
Sei nato 90 anni fa.
Ma lassù i traguardi si festeggiano?
Ti abbraccio forte.
E ti regalo Marilyn !
Marco
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ZINGAROPOLI: PERCHE' NON DOBBIAMO ASSUEFARCI AL RAZZISMO QUOTIDIANO
Oggi, finalmente, mi sono sentito male. Nel senso che - attraversando Milano in auto - ho riletto i manifesti della Lega Nord, quelli che riprendono le parole del leader Umberto Bossi: “Milano Zingaropoli con Pisapia. Vota Letizia Moratti”. Uno slogan partorito in attesa del ballottaggio, dopo la sconfitta al primo turno del candidato sindaco del centrodestra, la Moratti appunto, da parte di quello del centrosinistra Giuliano Pisapia. Scrivo che finalmente mi sono sentito male non perché sono indignato per l’accostamento al nome di Pisapia. Diciamo che quella menzogna mi aveva fatto arrabbiare subito, ma nello squallore di questa campagna elettorale non mi aveva colpito più di tanto. Anzi, le smargiassate leghiste in salsa berlusconiana strappano persino qualche sorriso amaro, tanto sono grossolane. Ma non è questo il punto. Sono stato male proprio perché mi sono reso conto di un fatto: fino a quell’istante non avevo percepito l’intollerabile tragico insulto che sta in quella parola di 11 lettere: “Zingaropoli”. Mi sono detto: come mi sono potuto assuefare così tanto al clima di odio razziale creato da certa politica, da non accorgermi subito del baratro di inciviltà che sta dietro quella parola? "Zingaro" - che viene dal greco Athìnganoi (indicava gli esponenti di una setta eretica perseguitata) - già di per sé è una parola razzista: come "negro" o "vu cumprà". La si sente usare nel linguaggio quotidiano: "Essere come uno zingaro", mal vestito e sporco; "Ti faccio portare via dagli zingari", per dire a un bambino che sono malvagi. In realtà in Italia gli “zingari” chiamano se stessi con due nomi: Rom (nel Centrosud) e Sinti (Nord), il cui significato è "uomini". Oggi in Italia ci sono da 60.000 a 90.000 zingari. Il nucleo maggiore è costituito dai Sinti. Di questi circa 25.000 vivono nei campi-nomadi; gli altri in case normali (molti sono italiani nati ad Istria). L'altro gruppo è quello dei rom jugoslavi, ultimi arrivati: non sono più di 10-12.000 persone, tutti nei campi. Questo popolo cominciò a spostarsi verso l’Europa, dall’India (anche in seguito alla pressione islamica), alla fine del primo millenio. La loro storia, dopo quell’esodo? Non è mai stato valutato davvero quanti” zingari” siano stati impiccati, messo al rogo e torturati con l'accusa di stregoneria. Si sa invece che i nazisti uccisero nei lager mezzo milione di “zingari”, un genocidio di cui si è sempre parlato molto poco. Una “zingaropoli” c’è stata davvero: quando, il 2 agosto 1944, oltre 3000 rom furono raccolti nel campo di sterminio di Auschwitz, dove c’era una sezione destinata a loro (il campo BIIe); in un solo giorno furono ammazzati tutti nelle camere a gas. Già l’8 dicembre 1938 il capo delle SS, Heinrich Himmler, scrisse: “Le esperienze raccolte finora nel combattere la piaga degli zingari … rendono opportuno risolvere il problema ... tenendo ben presente la natura di questa razza”. Un anno dopo, il 17 ottobre 1939: “Gli zingari... dovranno essere arrestati e... sistemati in campi di raccolta speciale fino al momento della loro definitiva evacuazione”. Per mezzo milione di loro si aprirono così i cancelli di Dachau, Buchenwald, Mauthausen, Gusen, Flossemburg, Ravensbruck e, appunto, Auschwitz. Non ne uscirono più. Eppure a Norimberga non furono ascoltati come testimoni e si rifiutò loro il pagamento dei danni di guerra. E oggi? Lo stile di vita di una parte degli “zingari” può non piacere. Non deve piacere quando le condizioni di alcuni di loro sono indegne di esseri umani. Ma i campi nomadi non sono una palla da far rimbalzare qua e là a colpi di sgombri, tanto per far pubblicità al sindaco, al vicesindaco o all’assessore di turno. Serve una politica che garantisca che i piccoli rom vadano a scuola e che le condizioni di vita siano decorose: unica strada per l’integrazione, nei limiti del possibile. Senza dimenticare che nella società contadina avevano un loro ruolo: allevavano e vendevano cavalli, aggiustavano le pentole, lavoravano i metalli, suonavano alle fiere, facevano i burattinai. E i rom, fino a 30 anni fa, non finivano mai in cella. Poi la società è cambiata, loro ne sono stati quasi del tutto espulsi. Però oggi non è tollerabile che ci sia chi gioca sul nome razzista usato nei loro confronti: coniando “zingaropoli”, sputando e ironizzando su una tragedia immane. Questo è razzismo, il peggiore, perché si insinua nei nostri cervelli come se tutto fosse normale. E’ giusta dunque la condanna delle parole di Umberto Bossi e Silvio Berlusconi da parte del presidente della Federazione nazionale della stampa Roberto Natale: in un comunicato ha ricordato che “l’avvelenamento del linguaggio è un problema che riguarda tutti, compresi noi giornalisti che le parole le maneggiamo per lavoro” e “non c’è proprio bisogno di aggiungere un altro vocabolo al glossario del disprezzo”. Non solo. Proprio oggi - l’ho letto solo dopo essermi sentito male - l'associazione di volontariato Naga ha presentato un ricorso al Tribunale Civile di Milano contro la Lega Nord e il Pdl: per il "contenuto altamente discriminatorio" dei manifesti con la scritta "zingaropoli" e delle dichiarazioni del premier sul rischio che Milano diventi una "zingaropoli islamica". Eppure tutto ciò non mi aiuta a giustificarmi del tutto per non essermi indignato subito. Perché non possiamo non fare i conti con le nostre coscienze: questo brutto clima ci ha così abituati al cattivo gusto che, a volte, non riusciamo più ad individuare i semi della mostruosità seminati tra tante battutacce. Invece dobbiamo ritrovare la forza di indignarci; e di ritrovare il nostro sofferto patrimonio di civiltà. Prima che qualcuno s’inventi, magari, “Negropoli”, “Frociopoli” o “Ebreopoli”... Tanto per divertirsi un po’.
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CASO RUBYSCONI: IL TRABOCCHETTO DI GIULIANO FERRARA
E LA POLITICA
Giuliano Ferrara – ex comunista diventato berlusconiano passando per il craxismo – è stato negli ultimi anni portabandiera dei teocon (cattolici conservatori e/o atei devoti) e di conseguenti crociate contro la fecondazione assistita, il testamento biologico, la legge che regola il ricorso all'aborto e via elencando. Però da alcuni giorni sta (ri)difendendo a spada tratta il premier. E dà del "puritano" a chi non plaude le perfomance bungabunghesche di Silvio B. con aspiranti soubrette e prostitute maggiorenni e minorenni. L’altro giorno Ferrara si è persino esibito in monologo concessogli “stranamente” dal TG1 minzoliniano: ha attaccato per alcuni minuti “il moralismo, il bacchettonismo, lo Stato Etico”. E anche sabato 12 febbraio a Milano – nel corso della manifestazione da lui promossa e intitolata "In mutande ma vivi – Contro il neopuritanesimo ipocrita" – ha definito “puritani”, ovviamente in senso spregiativo, i soliti pm (manovrati dalla sinistra & viceversa, a seconda delle occasioni) e quella parte non trascurabile di italiani schifati.
Eppure solo l'11 gennaio scorso, prima che Silvio B. chiamasse tutti i suoi fedelissimi a raccolta, lo stesso Ferrara – in versione super eroe dei teocon (non era ancora riscoppiatto il caso Rubysconi) – aveva tuonato su La Stampa contro i corsi di educazione sessuale a scuola, supportando una presa di posizione del Papa: “Sì. Questi corsi obbligatori nelle scuole sono una delle bandiere della stupidità occidentale. Non parlo a difesa della fede come fa il Papa … però mi solleva sentirlo denunciare la sconcezza asettica e obbrobriosa dell'educazione sessuale obbligatoria…”.
Evidentemente, Ferrara giustifica solo gli esempi di “educazione sessuale” propinati da Silvio B.? Vai a capire… In compenso nell’intervista aveva aggiunto: “Il Papa crede nella sobrietà dei costumi, in una sessualità umana orientata alla costruzione di significati vitali e non alla distruzione dell’amore nella caricatura del piacere”. Appunto: com'è noto, è proprio quell'opinione papale ad ispirare i festini berlusconiani.
Guarda caso, oggi anche il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, capo della cattolicissima Comunione e Liberazione e berlusconiano devoto, in un’intervista televisiva ha usato a sua volta il termine “puritani” per etichettare coloro che trovano un po' "sopra le righe" i comportamenti del premier.
Insomma, Ferrara, Formigoni, Berlusconi e tutto il Pdl difendono in pubblico il Papa quando predica l'astinenza sessuale e boicotta l'uso del profilattico, negano i diritti delle coppie di fatto e normano la fecondazione artificiale in base a precetti confessionali; nello stesso tempo, sul fronte privato, rivendicano il diritto a una vita “allegra e noncurante dell'esistenza” (sempre parole di Ferrara, su Panorama).
Detto questo, il polverone sollevato con tanto fervore dai vari Ferrara sta cercando di far dimenticare alla gente che il caso Rubysconi non verte sulle doti morali o amorali di Berluska. Ricapitolando, ci sono due reati. Il più evidente ruota intorno alla telefonata notturna alla Questura di Milano, fatta dal premier perché fosse rilasciata l’allora minorenne Ruby. Si tratta di concussione. Silvio B. ha ammesso di aver fatto quella telefonata. Poi c’è il reato di prostituzione minorile, perché una ragazzina sarebbe stata indotta a prestazioni sessuali a pagamento.
Queste non sono solo questioni morali o penali, sono questioni politiche, che in qualsiasi altro Paese normale avrebbero portato alle dimissioni del premier (per non parlare di altri reati contestatigli in passato). Così come la coerenza tra le prediche pubbliche e i comportamenti privati è una questione politica. Se c’è un errore in cui non bisogna cadere è disquisire solo sulla moralità o meno dei baccanali del premier. Occorre tornare alla politica, quella nobile. Le manifestazioni possono anche andare bene. Ma da sole non restituiranno alla gente amor proprio, senso civico e fiducia nelle istituzioni: gli ingredienti fondamentali per poter ricominciare.
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Pubblicato su Farefuturo Web Magazine
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Si chiedono "qualità morali" agli impiegati di Palazzo Chigi. E agli inquilini?
Con disciplina
e con onore…
di Marco Brando
Sarà che faccio il giornalista. Sarà che sono anche un cittadino stressato, come tanti altri, dalle cronache politico-giudiziarie-boccaccesche che riguardano il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Fatto sta che la notte scorsa ho fatto un brutto sogno. Anzi, è stato proprio un incubo: in redazione, a un certo punto, la stampante delle agenzie sputa fuori una notizia, nello stile dell’ANSA per capirci; e sull’onda dell’ansia, per essere chiari.
Guardo la data e capisco di essere stato catapultato nel futuro: . Poi: «Sua Eccellenza Silvio Berlusconi oggi si è fatto fotografare sotto il pergolato della tenuta di Arcore con i pronipoti in braccio, mentre raccontava loro una favola. "C'era una volta – ha detto – l'articolo 54 della Costituzione, secondo comma, che diceva: "I cittadini a cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Poi è arrivato nonno Silvio e ha tolto le ultime quattro parole. E vissi felice e contento". Alla fine, foto di gruppo con il premier Pier Silvio Berlusconi».
Un incubo con i controfiocchi. Anche perché qualche giorno fa è stato proprio Berlusconi a sbraitare che «la Costituzione è stata violata» e che bisogna «punire quei pm». Quelli di Milano, che indagano su di lui per concussione e prostituzione minorile, in seguito ai notevoli sviluppi dell’indagine che ruota intorno a Ruby, la giovane marocchina più volte “ospite> del premier nella villa di Arcore, quando era ancora minorenne. Come se non bastassero, a rovinare i sonni di tanti, le altre inchieste sul Cavaliere per reati più prosaici, legati ala corsa al potere e al denaro (molte delle quali archiviate o prescritte grazie a leggi varate dello stesso Governo Berlusconi).
Il fatto è che quell’articolo 54 della Costituzione, dettato nell’ANSiA onirica, esiste davvero, nella parte dedicata ai rapporti politici. E qualche psicanalista potrebbe forse spiegarmi che, sognandola, io ho rispolverato inconsciamente antiche lezioni scolastiche di Educazione civica e un paio di esami universitari affrontati nel secolo scorso. Se l’Italia non fosse da tempo immersa in un letargo dei diritti e dei doveri, il premier Silvio Berlusconi dovrebbe farsi da parte, e farsi giudicare, solo per rispettare quella bistrattata Carta costituzionale. Qualcuno ogni tanto lo ricorda. Invece, come ha scritto oggi Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera, «a forza di fiammeggianti proclami incrociati, sta passando l’idea che possa essere il Parlamento a togliere le inchieste alle Procure» e possa essere «il ministro della Giustizia a stabilire se c’è o no un reato e chi sia competente a farlo».
Tuttavia forse, di fronte alla totale perdita di misura e di buon senso testimoniata dagli episodi che riguardano quest’ultima inchiesta, non è neppure necessario scomodare quella vecchia cara Costituzione. Basta leggere la lista dei requisiti necessari per essere ammessi ai concorsi nell’Arma dei Carabinieri e «nelle amministrazioni che esercitano competenze istituzionali in materia di difesa e sicurezza dello Stato, di polizia e di giustizia e presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri». Leggendo, ci si imbatte nell’articolo 2, comma 5, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 487 del 9 maggio 1994. Questo lega al «requisito della condotta e delle qualità morali» la possibilità di partecipare a concorsi in una qualsiasi di queste istituzioni.
Ebbene, Silvio Berlusconi può fare il premier; ma, nel caso dovesse presentare la domanda anche per diventare un allievo carabiniere o un impiegato di Palazzo Chigi, sarebbe escluso subito per mancanza del «requisito della condotta e delle qualità morali». Sia ben chiaro: quel requisito non è legato all’assenza di inchieste giudiziarie o condanne, si tratta proprio di una qualità di fondo chiesta a un dipendente dello Stato. A maggior ragione, dovrebbe essere pretesa – specialmente di questi tempi – quando si ha a che fare con un politico, di qualsiasi partito, a destra come a sinistra
Eppure, anche in questo caso, ciò che vale per qualsiasi altro cittadino non vale per Silvio Berlusconi e la sua corte. Semmai, secondo lui e i suoi avvocati, a violare la Costituzione sono stati i magistrati milanesi, obbligati per legge ad esercitare l’azione penale, senza dover chiedere il permesso. Perché la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è un organo costituzionale, secondo l'articolo 104 della Costituzione. E i magistrati sono titolari della funzione giurisdizionale, che amministrano in nome del popolo. Ma vaglielo a spiegare a Berlusconi e ai suoi alleati. I delinquenti sono coloro che svolgono le indagini, secondo loro. E se poi quegli stessi magistrati che indagano sulle varie berlusconate (i milanesi, in particolare) fanno arrestare anche boss della ‘ndrangheta e terroristi? Non c’è problema: in quel caso è tutto merito del Governo Berlusconi. Ovviamente. Ma questa è un’altra storia. O forse no: è la stessa triste parodia.
2 gennaio 2011
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Alla Fiat Mirafori di Torino oggi si sta votando per decidere se l'accordo firmato da tutti i sindacati (a parte Fiom Cgil e Cobas) piace ad oltre 5mila operai: qualche soldo in più in busta paga e la "salvezza della fabbrica" in cambio di meno pause, più ore di lavoro, più controlli, meno spazi sindacali.
Forse di questi tempi è giusto. Forse no. Ma non è questo che voglio scrivere: oltre tutto, anche se ho le mie idee, richiederebbe molto spazio. Però voglio dire che ieri mi ha colpito un anziano operaio. Intervistato in tv, ha detto a viso aperto: "Io sono vecchio, ma voterò ‘No’. Tra un anno me ne andrò in pensione, ma non voglio contribuire a lasciare ai giovani una brutta cosa". Non si è nascosto, si è esposto per esprimere la solidarietà sua e, indirettamente, della vecchia classe operaia.
Oggi il termine solidarietà sembra quasi superato. Ancor più nel mondo del lavoro, frammentato dai contratti a termine e dalla crisi del sindacato: i giovani lavoratori (già fortunati, se si considera che un ragazzo su 5 è disoccupato) sempre più spesso hanno contratti a termine e quindi sono quasi sempre preoccupati per il futuro e facilmente ricattabili.
Però la testimonianza di quell'anziano lavoratore mi ha davvero colpito. E mi ha fatto riflettere sul ruolo che la classe operaia per molto decenni ha avuto in Italia (a prescindere del vecchio Pci): tra gli operai la solidarietà, l'etica e l'orgoglio del lavoro, la coscienza di classe (come si diceva una volta) sono stati uno dei principali pilastri su cui si è retto anche il tessuto morale di questo disgraziato Paese, dai sentimenti così volatili.
Ora quel pilastro non c'è quasi più, qualcosa regge ma senza architravi importanti. Si sta costruendo una società in cui la prepotenza, il narcisismo, l'egocentrismo dovrebbero essere le "forze vitali": la "non solidarietà" trasformata in ideologia, insomma.
Qualcuno dirà che la fine della classe operaia è scritta e inevitabile: può darsi, la Storia ci insegna che la società muta e cambiano anche le forze sociali in campo. Però io spero che nascano alternative che offrano alla nostra società (italiana e non solo) la possibilità di riscoprire l'orgoglio di una comunità, unica strada per trovare la forza di andare avanti anche nei momenti più difficili.
E mentre scrivo questo parole penso a mia madre, operaia tra gli anni Sessanta e Settanta, morta di fabbrica: ricordo che ero piccolo, lei tornava a casa la sera e mi dava un bacio. I suoi abiti da lavoro emanavano un odore di metallo. Mi stringeva. E ogni tanto sentivo le punture delle piccole schegge di ottone che le rimanevano conficcate nella pelle delle mani. Per Natale il padrone regalava uno scatolone con panettone, pelati, torrone. Lei lavorava anche il sabato. Le sirene delle vicine fabbriche scandivano la giornata anche per chi stava fuori: inizio lavoro, pause, fine lavoro.
Dopo il varo dello Statuto dei Lavoratori nel 1970 (ora si sta trasformando in una scatola vuota), le condizioni migliorarono. Peccato che nella fabbrica di mia madre si usasse l'amianto e quando lei si ammalò l'asbestosi non era neppure considerata una malattia professionale. Se n'è andata nel 1976, io avevo 18 anni.
Dedico queste considerazioni a lei e a tutti gli operai del mondo.
Il manifesto di LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO
Un film di Elio Petri. Con Gian Maria Volonté – Italia 1972.
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Oggi su Ffwebmagazine*
Oltre le vecchie casacche per un'Italia solidale, democratica e liberale
Perché io, di sinistra, guardo alla destra nuova
di Marco Brando
La giornalista Luisella Costamagna – ospite l’11 novembre scorso della puntata di Anno zero - ha chiesto a Italo Bocchino, capogruppo del Fli alla Camera, di dire quali sono le caratteristiche “di destra” che è possibile attribuire a Futuro e Libertà. Una domanda, nel marasma politico italiano, per nulla scontata. Bocchino ha citato patriottismo, legalità e meritocrazia. E ha così consentito alla giornalista di affermare che, al giorno d’oggi, non si può certo sostenere che chi non è del Fli sia contro la Patria, la legge e il merito. Non solo. La domanda ha permesso a Pier Ferdinando Casini (Udc) di esibirsi sul superamento delle categorie di destra, centro e sinistra e sulla necessità di ragionare in modo diverso, altrimenti il Paese sarebbe destinato a una deriva senza ritorno.
C’era da aspettarsi che fosse Bocchino ad anticipare le affermazioni di Casini. Perché alle spalle ci sono mesi, ormai anni, di dibattito proprio all’interno dell’area politica che ha generato il Fli: su questo fronte si stanno distinguendo Farefuturo Web Magazine e, ultimamente, il mensile Caffeina. Guarda caso, a quel dibattito ha contribuito in minima parte anche uno come me, che è stato iscritto al Pci (finché c'è stato) e ha lavorato per 16 anni all'Unità. Ebbene, con questi trascorsi, che non rinnego, mi trovo a mio agio tra coloro che scrivono su Caffeina e su Ffwebmagazine. Sono “finiano”? Sono diventato “di destra”? Macché, sono uno che ama provare a riflettere, che oggi ha molte identità di vedute con i finiani e che ne apprezza l’apertura mentale. Diciamo che in realtà – volendo provocare… – oggi ho “nostalgia” del patrimonio, andato per lo più disperso, che portava con sé un piccolo partito, il partito d’Azione di Piero Gobetti e Carlo Rosselli: proponeva un progetto di equità, accompagnato dalla giustizia sociale e dalla fede incrollabile nella democrazia e nella libertà; e aveva l’europeismo tra i suoi ideali. Peccato che sia scomparso nel 1947, molto prima che io nascessi.
Cosa c’entra questo rapido excursus sulle mie simpatie politiche con la domanda posta a Bocchino? C’entra. Certe categorie – in base alle quali io, da ragazzo, ragionai per fare alcune scelte politiche – oggi sono superate. E lo sono perché la storia ha completamente cambiato il mondo: ad esempio, non ci sono più i blocchi della guerra fredda e abbiamo un presidente Usa afro-americano, quando solo 50 anni fa suo padre non poteva nemmeno entrare in molti ristoranti di Whashington.
Non solo. Quelle categorie sono superate perché, anche come conseguenza del mutamento del panorama geo-politico-economico mondiale, in Italia ha prevalso il berlusconismo, che ha – volenti o nolenti – profonde radici nella società. E alla corte di Berlusconi ci sono ex dc, ex pci, ex psi, ex msi, ex radicali, etc. Non sappiamo quale forma sia destinato ad assumere questo magma, man mano che si raffredderà la tensione egocentrica che il suo leader ha usato per costruire quella forza politica. Però qualcuno sa collocare in base alle vecchie categorie il berlusconismo? È a destra, al centro, a sinistra? Possiamo provare a incastrarlo in qualche vecchio contenitore, ma non troveremo mai il suo. Il berlusconismo è una categoria nuova della politica, così come lo è – con presupposti e prospettive diverse – la Lega Nord, da 25 anni in azione.
Ebbene, continuare a ragionare in base alle vetuste categorie di destra, centro e sinistra – malgrado le novità rappresentate da berlusconismo e leghismo in Italia e nonostante il mutamento sociale – rischia di rendere incomprensibile tutto. È come se, per fare un esempio, si parlasse dell’Universo continuando a ritenere che il sia il Sole a girare attorno alla Terra e non viceversa. In Italia si tratta invece di capire e di capirsi: per restituire alla società quegli ideali, senza etichetta, già contenuti nella nostra bellissima Costituzione, che non a caso sembra ancora una ragazzina, malgrado tutto quello che è successo. E si tratta di far fronte in maniera democratica e solidale alle nuove sfide che i mutamenti sociali ci impongono.
Oggi il berlusconismo è una risposta a quei mutamenti; ma è una risposta basata sul culto della personalità di un uomo e sulla sua “monarchia”. Un sistema sbagliato in generale e – come dimostra la cronaca politica – congenitamente destinato ad autodistruggersi, con conseguenze imprevedibili. Dunque il superamento del berlusconismo e un progetto alternativo di governo del sistema devono essere gli obiettivi di tutti coloro che hanno a cuore il futuro dell’Italia e degli italiani. Con tanti saluti alla tutela di vecchie etichette di denominazione d’origine controllata. Di questa esigenza moltissimi ormai sono consapevoli. C’è bisogno adesso che la politica, intesa in senso nobile come sfera delle decisioni collettive sovrane, se ne faccia interprete.
Ecco, il dibattito nato su Ffwebmagazine e Caffeina ha contribuito ad aiutarmi a capire queste cose. In altri casi ho offerto il mio contributo alla riflessione. Sono ottimista: non sarà un caso se ciò che ho scritto per i magazine “finiani” sull’abuso politico della Storia, soprattutto da parte della Lega Nord, io lo abbia esposto negli stessi identici termini a Gattatico, durante la recente summer school dell’Istituto “Alcide Cervi”. Quel punto di vista, 65 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, andava bene per entrambi i tipi di ascoltatori e lettori. Certo, il superamento delle vecchie categorie può suscitare anche qualche perplessità. Nel febbraio scorso, ad esempio, Bruno Ballardini su Linus commentò una mia riflessione per Ffwebmagazine «sul modo in cui metabolizziamo le grandi tragedie del pianeta attraverso i mass-media», attribuendomi generosamente l’etichetta di esponente del «think tank della “nuova destra”». E si chiese: «In questa come in altre occasioni, pare incredibile che da giovani (magari!, ndr) critici appartenenti a uno schieramento politico conservatore possa provenire un pensiero così vicino a quello progressista. O forse si tratta di avatar di una destra conservatrice e burlona che onora in modo nuovo e attuale l’eterno spirito carnascialesco? Prima o poi, occorrerà togliersi le rispettive maschere e guardarsi negli occhi». Appunto. Via le maschere. Cominciamo davvero a parlare nelle vesti di chi vuole una società solidale, democratica e liberale, raccogliendo il meglio di ciò che la nostra storia ci ha lasciato in eredità. E usciamo dalla palude del berlusco-leghismo. Tutti assieme. Senza andare a rispolverare, più o meno consapevolmente, le vecchie casacche del secolo scorso.
3 novembre 2010
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GIORNALISTI – SINDACATO:
ELEZIONI PER IL RINNOVO DELL'ASSOCIAZIONE LOMBARDA DEI GIORNALISTI
E PER IL CONGRESSO DELLA FNSI
I candidati e la sintesi del programma di Nuova Informazione in pdf
Clicca sul simbolo qui sotto:

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Corpo naturale e corpo "mistico": per il premier si sovrappongono
Berlusconi, le ragazze
e i due corpi del re
di Marco Brando
Il premier Silvio Berlusconi, rispondendo alle domande dei giornalisti sul caso di Ruby ( è la ragazzina di 17 anni che ha frequentato le sue feste nella villa di Arcore e dintorni), ha detto al termine del Consiglio europeo: «Amo la vita e amo le donne. Nessuno può farmi cambiare stile di vita». Il giorno prima, allorché era ad Acerra per l’emergenza dei rifiuti campani, aveva confermato di essere intervenuto in favore della minorenne mentre questa era ospite, per accertamenti, della Questura di Milano. E aveva aggiunto sarcastico: «Io sono uno di cuore. Mi muovo per aiutare le persone in difficoltà». Per poi vantarsi del fatto che «quando si ha una certa età si ricordano i concetti ma si fa più fatica a ricordare i nomi… Tranne quelli delle ragazze».
Le tristi storie che ruotano intorno alla “simpatia” di Berlusconi per due minorenni (un anno fa Noemi, oggi Ruby) sono, al di là delle vicende in se stesse, un fenomeno che ha già radicalmente cambiato la nostra società. Non a caso, in altri paesi ci sono già stati precedenti: vedi il Sexgate di Bill Clinton. Però in Italia il fenomeno è reso ancora più esplosivo dal modo in cui Berlusconi ha usato e usa (vantandosene) il suo corpo per fare politica e per ottenere consensi.
Facciamo un passo indietro, molto indietro. Nel libro I due corpi del Re (1957) lo storico medievista Ernst Kantorowicz spiegò che il sovrano è fornito di un doppio corpo: quello naturale (fisico, individuale, perituro, fragile, mortale) e quello mistico (dato da Dio, universale, immortale, imperituro). Lo storico si riferiva al Medioevo, quando il corpo del re acquisiva una carattere rappresentativo diverso e separato dal corpo politico, che simboleggiava l’invisibile corporeità del corpo dello Stato.
Questa suddivisione, concepita filosoficamente a tutela dello Stato, è durata a lungo. Ed è stata mandata in frantumi soprattutto negli ultimi decenni: prima di tutto dalla società dei consumi, così come si è andata costruendo dalla seconda metà del Novecento in poi. D'altra parte Pier Paolo Pasolini già 40 anni fa scriveva: «La società dei consumi riduce i corpi, sia quelli degli individui d’eccezione che quelli degli uomini comuni, a segni indistinti, contenitori vuoti».
La politica basata sul mondo dei mass-media e dell'immagine, partorita dal berlusconismo, ha definitivamente sovrapposto e fuso i due corpi del re. Corpo privato e corpo pubblico sono la stessa cosa: sono "il corpo mediale del leader", come ha scritto Federico Boni nel suo libro che come titolo ha proprio la frase appena citata tra virgolette (Meltemi, 2002). Boni spiega che il cortocircuito tra i due corpi ha contraddistinto, ad esempio, il Sexgate che a suo tempo coinvolse il presidente degli Usa Clinton. Il corpo di Clinton era già quel corpo mediale del leader, che, quando – e se – compie reati o atti eticamente discutibili, macchia anche la nazione intera.
Tuttavia negli Usa, ai tempi del Sexgate, il collasso dei due corpi di Clinton si verificò senza che "il re" fosse consapevole del modo in cui la figura del "sovrano mediale" era percepita nella società di massa. Silvio Berlusconi invece ha contribuito consapevolmente – attraverso la sua visione della politica e dell'uso dei mass-media – a sovrapporre i suoi due corpi: costruendo un rapporto con la gente che finora l'ha premiato. Il tempo ci farà presto sapere se l'iperattivismo del "corpo naturale" del premier sta rischiando di ricordare alla gente che un "corpo mistico" del re deve comunque essere tutelato: se non si vuole correre il rischio che il primo cannibalizzi e distrugga, definitivamente, il secondo. Con imprevedibili contraccolpi sulla stessa ossatura politica e civile del paese.
novembre 2010
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(Su Farefuturo Web Magazine del 14-10-2010)
Gli ultimi episodi di cronaca fanno riflettere sul male interno al sistema
Ma prima di puntare il dito
facciamo autocritica
di Marco Brando
Un donna romena (regolare, infermiera professionale) massacrata a Roma da un ventenne italiano. A Milano, un tassista mandato in coma da un gruppo di ragazzi italianissimi. “Per futili motivi”, è la frase fatta che ricorre nelle cronache. Protagonisti, come carnefici, alcuni nostri connazionali: vicini di casa, vicini di autobus, vicini di passeggio lungo i marciapiedi delle città. Capaci di trasformare in violenza la routine di una normale giornata. Questi drammi esplosi “per caso” forse dovrebbero sconvolgerci più di casi mostruosi, come il recentissimo delitto di Avetrana, ultimo in ordine di tempo. E dovrebbero farci riflettere. Sul fatto che la comoda equazione “criminali=extracomunitari” oppure “criminali=bassifondi di Napoli o Palermo” non è (e non è mai stata) il paradigma granitico tanto caro a certa politica e a certa stampa: per cui “i cattivi” si identificano in base al certificato di residenza. Quegli episodi capitati a Roma e a Milano infatti non sono accaduti in luoghi estranei all’esperienza quotidiana del cittadino medio. Il cittadino convinto che il “male” sia un frutto che germina in realtà estranee: come i quartieri più emarginati di alcune città divenute, nell’immaginario collettivo, la metafora della devianza sociale; o i ghetti in cui la gente pensa che siano asserragliati eserciti di clandestini. Ebbene, il frutto bacato non rotola per caso nelle nostre vite tranquille cadendo dall’altra parte dei muri, reali o mentali, che ci dividono dai “cattivi”. Quel frutto cresce anche sulle nostre piante, tra le aiuole ordinate dei nostri giardini incantati. E provoca esplosioni improvvise di violenza che non sono premeditate. Piuttosto sono dettate dall’istinto della sopraffazione, che prende inevitabilmente il sopravvento, un po’ per volta, in una società asociale: quella in cui il senso della cittadinanza sta evaporando come neve al sole, dalle alte sfere del potere fino alle vie del passeggio e ai marciapiedi delle stazioni. Questa circostanza non può certo giustificare il crimine che nasce dall’emarginazione e dalla clandestinità. Il giustificazionismo fine a se stesso ha creato fin troppi alibi e fin troppi guai. Ma non funziona neppure l’atteggiamento che ci fa sentire assolti solo immaginando politiche di repressione o politiche di recupero sociale nelle aree più emarginate della società. Ciò che sta accadendo ricorda la famosa parabola evangelica: «Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non t'accorgi della trave che è nel tuo?». Oggi guardare la trave che è nei nostri occhi significa prima di tutto prendere atto che il “male” è dentro il nostro sistema, non è solo un germe alieno che ogni tanto ci colpisce. E ragionare sul nostro sistema non significa fare astrattamente i sociologi da passerella televisiva, fino alla prossima tragedia. Significa ragionare sui nostri valori. Vuol dire riflettere sul modo in cui tutti abbiamo creato un potere che vede i problemi solo fuori da se stesso, nei diversi e nei nemici di turno, e propina all’opinione pubblica questa nefasta visione assolutoria. Significa anche ragionare sul ruolo dei mass-media (dalla stampa tradizionale alle più moderne fonti di informazione): spesso complici, al di là di estemporanee omelie sui mali della società, nella spettacolarizzazione di ciò che è funzionale a quella strana cecità che ci ha colpiti. I nostri occhi a volte vedono fin troppo, ma non sanno più piangere.
4 ottobre 2010
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